Atacama, Cile · Rewild Your Mind

Celina ha settant’anni e vive sola a 3.300 metri, in un villaggio di centoventi anime ai confini del mondo.

Celina, settant'anni, tiene tra le mani le patate morene coltivate nel suo orto a Socaire, nel deserto di Atacama
Celina, con le patate morene del suo orto. Pueblo de Socaire, 3.300 metri.

Si chiama Celina e ha settant’anni. L’ho incontrata un giovedì qualunque, mentre riduceva in polvere lo sterco secco di coniglio. Dice che così è più facile usarlo come fertilizzante. Vive a 3.300 metri di quota, nel Pueblo de Socaire, un villaggio ai confini del mondo. Ultimo lembo di civiltà prima dei grandi altipiani che portano al confine con l’Argentina. Lì vivono centoventi anime. Lei, sola. Il marito è mancato tempo fa e i quattro figli vivono in città. “Qui c’è poco, ma ho la mia libertà. E questo per me vale tutto”, mi dice, con una naturalezza che mi lascia in silenzio.

La polvere dell’Atacama

Ci sono incontri che ti cambiano la traiettoria di un viaggio. A volte di una giornata, a volte di qualcosa di più profondo. Celina è stato uno di quelli. Ero arrivato a Socaire dopo giorni di bici nel deserto, con la polvere dell’Atacama ancora tra i denti e quella sensazione precisa che ti lascia l’altitudine: i pensieri rallentano, il corpo si fa più leggero, ogni gesto pesa il giusto.

Il deserto di Atacama controluce, con le creste delle montagne che si perdono nella foschia
Giorni di bici prima di Socaire. L’altitudine rallenta i pensieri.

Il villaggio era apparso all’improvviso, una manciata di case basse in pietra e adobe aggrappate a un altipiano dove il vento soffia senza interruzione. Nessun segnale telefonico, nessuna connessione. Solo il cielo enorme e il silenzio secco dell’altopiano.

Una strada del Pueblo de Socaire, con le case basse in pietra e adobe
Una casa dipinta di verde a Socaire, con la sedia sulla soglia

Socaire: case basse, vento continuo, nessun segnale telefonico.

Aghi di cactus e lana di alpaca

Mentre parliamo, Celina mi mostra con orgoglio i frutti della sua terra: quinoa, mais, patate morene. Tutto cresce in un terreno che sembra ostile, arido, quasi impossibile. Eppure, cresce. Poi corre in casa e torna con prodotti di lana di alpaca che lavora da sé, usando aghi di cactus, come vuole la tradizione. Le sue mani — gentili, austere, segnate dal tempo — creano bellezza. Trasformano. E i suoi occhi continuano a sorridere per tutta la durata del nostro incontro, come se il sorriso fosse il suo stato naturale.

La forza delle radici

Mi colpisce una cosa, mentre la osservo: Celina sa esattamente chi è. Sa dove sta, sa cosa le serve, sa cosa può dare. In un’epoca in cui molti di noi faticano a rispondere anche solo a una di queste domande, lei le ha risolte tutte — senza bisogno di cercare altrove, senza bisogno di conferme esterne. La sua identità è radicata nella terra, nel ritmo delle stagioni, nel gesto ripetuto ogni giorno.

C’è qualcosa di profondamente neurologico in questo: quando viviamo in coerenza con l’ambiente che ci circonda, quando il corpo e il contesto si parlano senza interferenze, il cervello smette di cercare e comincia ad abitare. È uno stato che le neuroscienze chiamano embodiment, una condizione in cui mente e corpo tornano a essere la stessa cosa. Celina vive lì dentro, senza saperlo e senza avere bisogno di nominarlo.

Le montagne dell'altopiano andino in bianco e nero, con la luce radente sulle creste
L’altopiano verso il confine argentino.

Una goccia di silenzio

La sua è una vita semplice, quasi invisibile. Eppure, in un mondo che continua a urlare, Celina è una preziosa goccia di silenzio. Qui per vivere basta poco, e poco deve bastare. Noi, cresciuti nella promessa dell’abbondanza, ci siamo invece ammalati dell’eccesso. E davanti a lei, con le sue mani nella terra e i suoi aghi di cactus, quell’eccesso si rivela per ciò che è: rumore.

La serenità nasce dal riconoscere la grandezza di ciò che ti circonda e il tuo essere piccolo — insignificante, eppure esattamente al tuo posto in una storia più grande.

Celina mi ricorda che accontentarsi richiede umiltà. Che solo aiutandoci possiamo andare avanti. Che la serenità nasce dal riconoscere la grandezza di ciò che ti circonda e il tuo essere piccolo — insignificante, eppure esattamente al tuo posto in una storia più grande, che si chiama vita. O Madre Natura.

Quante Celina ci sono ancora nel mondo? Quante donne e quanti uomini, lontano dal mondo digitale e frenetico in cui vive la maggior parte di noi, conservano la ricetta della serenità? Quella vera, fatta di gesti ripetuti, di terra sotto le unghie, di tempo che scorre senza bisogno di essere misurato.

Una bottega con le bandierine colorate appese, nel deserto di Atacama
Un altare votivo di cemento e fiori tra i coni stradali, lungo la strada nel deserto

Il Cile lungo la strada.

Cose enormi con parole piccole

Prenderci cura di queste persone, cercarle, ascoltarle, è forse l’unica cosa sensata che ci resta da fare. Perché ogni volta che una Celina scompare, con lei se ne va un pezzo di sapere antico che nessun algoritmo potrà restituirci.

E poi mi ha ricordato molto mia nonna, ma nella versione andina. La stessa dolcezza ruvida, la stessa capacità di dirti cose enormi con parole piccole. La stessa impazienza gentile. Infatti, alla fine mi sorride e dice: “Ora però vai, ho un sacco di cose da fare e devo tornare a lavorare.”

Il popolo cileno è così: una costante lezione di umanità, caparbietà. Fratellanza. Di quelle che ti aprono in due e poi ti ricompongono. Ma diverso da com’eri prima.

Il viaggio

Dove — Deserto di Atacama, Cile. Pueblo de Socaire, 3.300 metri.

Come — In bicicletta, su piste sterrate, con van di supporto.

Cos’è — La prima tappa di Rewild Your Mind, le spedizioni in cui lavoro con il Metodo Thalea: pratiche di presenza, diario quotidiano, osservazione sensoriale. Sono nate insieme a Willy Mulonia e PA-Cycling. La tappa successiva è stata la Mongolia; la prossima è il Marocco, in ottobre.

Le fotografie — Sono mie, scattate durante il viaggio.

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Questo testo è uscito per la prima volta su Mantica.