A Livermore, in California, dentro una caserma dei vigili del fuoco, c’è una lampadina accesa dal 1901. Filamento di carbonio, fatta a mano alla fine dell’Ottocento. Fa una luce debole, ambrata, più simile a una brace che a una lampada. Sotto quella luce sono passate sei generazioni di pompieri, turni di notte, allarmi, ragazzi diventati vecchi. Lei era già lì prima di tutti loro, e ci sarà dopo. È accesa da più di centovent’anni. L’hanno staccata pochissime volte in tutto, e una in particolare è rimasta famosa: nel 1976, per ventidue minuti, il tempo di trasferirla nella nuova caserma, scortata come una reliquia, con il cavo tagliato di netto per non rischiare di svitarla. Poi l’hanno riattaccata, e ha ripreso a fare quello che fa da sempre. Durare.
Ventitré anni dopo la sua accensione, dall’altra parte del mondo, è successa la cosa opposta. Ginevra, antivigilia di Natale del 1924. I più grandi produttori di lampadine del pianeta, General Electric, Osram, Philips e gli altri, si sono seduti attorno a un tavolo e hanno firmato un accordo passato alla storia come cartello Phoebus. Il problema era semplice: le lampadine duravano troppo. La tecnica dell’epoca arrivava tranquillamente a duemilacinquecento ore, e una cosa che dura è una cosa che si compra una volta sola. Così decisero, per contratto, che da quel momento una lampadina dovesse durare mille ore. Meno della metà di quello che sapevano già fare. Chi sforava pagava penali.
È considerato l’atto di nascita dell’obsolescenza programmata. Ed è una data che andrebbe ricordata, perché quel giorno è successa una cosa nuova nella storia umana. Per migliaia di anni avevamo costruito oggetti cercando di farli durare il più possibile. Quel giorno, per la prima volta, ci siamo messi d’accordo per costruirli in modo che finissero prima.
Da quel tavolo di Ginevra, il principio si è allargato dappertutto. Il telefono che rallenta dopo l’aggiornamento. La stampante che smette di funzionare dopo un numero prestabilito di pagine. La lavatrice che muore puntuale poco dopo la garanzia, e ripararla costa quasi quanto ricomprarla, per cui la ricompri. L’obsolescenza ha smesso di essere un difetto di fabbricazione. È il progetto. Ogni cosa deve consumarsi, rompersi, rendersi inutile abbastanza in fretta da giustificare la produzione successiva.
Fin qui, si potrebbe dire, è economia. Cinica, ma economia. Il punto che mi interessa è un altro, ed è il momento in cui il principio è uscito dagli oggetti ed è entrato in noi.
Perché oggi fabbrichiamo vite come fabbrichiamo lampadine. Carriere a scadenza, pensate per essere sostituite ogni pochi anni. Competenze che nascono già con la data di morte stampata sopra. Relazioni a termine, passioni intercambiabili, città di passaggio. Ogni identità è una versione provvisoria, una beta in attesa dell’aggiornamento. Il tempo libero è diventato un intervallo tra due doveri. Il futuro, un obiettivo trimestrale. Abbiamo imparato a pensare noi stessi con le categorie del magazzino: cosa rende, cosa è scaduto, cosa va sostituito.
E tutta questa impalcatura sta in piedi grazie a una sola colonna. Il lavoro.
Il lavoro è diventato il contenitore universale del nostro valore, la risposta che chiude ogni domanda. Sei stanco, ansioso, assente, irraggiungibile da mesi: “è il lavoro”. Come se bastasse dirlo per giustificare tutto. Come se quella risposta spiegasse, invece di essere esattamente il problema. In nome del lavoro tutto è diventato lecito: produrre è legittimo per definizione, consumare è quasi un dovere civico, e un’esistenza piena di cose da fare passa per un’esistenza piena. Nessuno chiede più piena di cosa.
C’è stato un rovesciamento, da qualche parte lungo la strada, e quasi nessuno se n’è accorto. L’economia era nata come strumento: serviva la vita, le procurava le cose. A un certo punto lo strumento è diventato il fine. Adesso è la vita che serve l’economia. Si produce per sostenere la produzione, si consuma per sostenere il consumo, e la domanda su cosa serva davvero a chi vive è scivolata fuori dal discorso, come una cosa ingenua che non si chiede più.
Eppure la domanda esiste, ed è una domanda morale travestita da domanda tecnica. Perché vendere una cosa che dura tutta la vita, se posso costringerti a ricomprarla ogni due anni? Detta dal lato del produttore, è una strategia. Detta dal lato di chi vive, suona diversa: perché accettiamo come normale che le cose intorno a noi, e poi i lavori, e poi i legami, e poi noi stessi, siano progettati per finire in fretta? La risposta vera è che la domanda richiede tempo, e il tempo è esattamente quello che il sistema si è preso. Abbiamo da fare. Da lavorare.
Umberto Galimberti lo ripete da decenni, e la sua sintesi resta la più affilata: la tecnica ha smesso di chiedersi perché. Conosce soltanto il come. Funziona, e il suo funzionare è l’unica giustificazione di cui ha bisogno. E quando il come prende il comando, tutto diventa ammissibile, purché funzioni. Anche logorare l’umano in nome dell’efficienza. Anche costruire un mondo che si rompe un pezzo alla volta, purché se ne produca un altro subito dopo.
Eppure qualcosa, dentro di noi, continua a riconoscere la qualità quando la incontra. La sentiamo nelle mani. Il coltello del nonno che taglia ancora dopo sessant’anni. Il tavolo di legno pieno di segni, che ogni segno è una cena. La giacca rammendata che tiene meglio di tre giacche nuove. Gli oggetti che durano hanno una cosa in comune: portano addosso il tempo invece di esserne cancellati. Invecchiano, e invecchiando diventano più nostri.
Quel coltello ci sembra nostro, e uno nuovo no, e la ragione è nel modo in cui lavora il cervello. Ci affezioniamo per accumulo, non per acquisto. Il legame con una cosa si costruisce lentamente, un uso alla volta, mentre la memoria la impregna di tutte le mani che l’hanno tenuta. Il nuovo ci regala una scarica breve, un piccolo lampo di piacere che si spegne quasi subito. L’attaccamento vero è un’altra sostanza, più lenta, e si deposita solo con il tempo. Un oggetto che dura ci dà il tempo di volergli bene. Un oggetto che scade non fa in tempo a diventare niente.
La natura lo sa da sempre. L’essere vivente più antico del pianeta è un pino che cresce solitario sui versanti esposti dei monti Bianchi, nello stesso stato di quella lampadina. Ha quasi cinquemila anni, e il suo segreto è proprio il vento, la roccia, la sete. Cresce lentissimo, si fa il legno denso e resinoso, e quella lentezza è tutta la sua longevità. In natura, quasi sempre, ciò che va piano dura, e ciò che corre muore giovane.
Vale per le cose, e vale identico per il resto. Le amicizie con i segni addosso. I mestieri imparati lentamente, che restano nelle mani per sempre. I legami riparati, che dopo la riparazione tengono in un punto in cui prima erano fragili. Tutto ciò che ha valore, a guardarlo bene, è qualcosa che ha attraversato il tempo invece di esserne consumato.
Forse la possibilità che ci resta è questa, ed è meno piccola di quanto sembri. C’è chi ha ricominciato a scegliere le cose che durano, a riparare invece di sostituire, a lasciare che un mestiere o un legame prendano il tempo di invecchiare. Gente che abita il tempo, più che consumarlo. È una resistenza minuscola, fatta di gesti quotidiani, di cure, di manutenzioni. Ma è l’unica che si fa con le mani, ogni giorno, senza chiedere il permesso a nessuno.
A Livermore, intanto, la lampadina è ancora accesa. Fa una luce sempre più debole, dicono, ogni anno un poco meno. Centovent’anni di servizio l’hanno consumata, come è giusto. Le abbiamo messo accanto perfino una telecamera per sorvegliarla giorno e notte, ed è già la quarta: le altre tre si sono rotte una dopo l’altra, mentre lei continuava a brillare. Abbiamo costruito gli occhi per guardarla morire, e a spegnersi sono stati loro. Ma stasera, quando a Ginevra e dappertutto si spegneranno milioni di lampadine nate per durare mille ore, lei sarà ancora lì, con il suo filamento fatto a mano, a fare l’unica cosa per cui è stata costruita.
Durare.
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