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22 settembre 2026

Il Senza Nome

La scorsa settimana ho letto la notizia di una ragazza scomparsa. Il giorno dopo l’annuncio l’hanno ritrovata, sta bene, fine della storia. Ma sotto al post del ritrovamento c’era una riga che valeva più della notizia: diceva che sia l’annuncio della scomparsa, sia quello del ritrovamento, sarebbero stati cancellati entro quarantotto ore, per garantire il diritto all’oblio della persona. Ho pensato che è una delle cose più gentili che si possano fare per qualcuno. Restituirgli il suo nome, e fare in modo che il giorno peggiore della sua vita smetta di essere la prima cosa che il mondo sa di lei.

E poi ho pensato una seconda cosa, meno comoda: che quella cancellazione, oggi, richiede un atto deliberato. Una procedura, un termine di quarantotto ore, persino una norma, perché il diritto all’oblio sta scritto in un regolamento europeo, e c’è voluta una sentenza, nel 2014, per stabilire che una persona può chiedere di essere scollegata dal proprio passato nei risultati di ricerca. Per tutta la storia della nostra specie è stato l’esatto contrario. L’oblio era la condizione di partenza: si veniva dimenticati senza fare niente, e ricordare era la fatica. Ci volevano scribi, lapidi, ritratti, biografi. La memoria era un privilegio costoso, riservato a re e santi. In una manciata di anni abbiamo rovesciato il meccanismo. Adesso la condizione di partenza è la memoria: automatica, gratuita, illimitata. E l’oblio, che per trecentomila anni è stato la cosa più naturale del mondo, è diventato un diritto da rivendicare, con tanto di modulo.

Sparire è diventato un lavoro.

Ci penso spesso, perché il desiderio di sparire lo conosco. Chiarisco subito: sparire, qui, ha niente a che fare con il farla finita, e poco con lo scappare. È una cosa più precisa e più mite: il desiderio di sottrarsi per un po’. Di essere, per qualche giorno, nessuno. Lo sanno tutti com’è fatto, perché tutti l’hanno provato almeno una volta: la stanza d’albergo in una città dove nessuno ti conosce, il pomeriggio in cui il telefono è rimasto a casa e nessuno sa dove sei, un sentiero in montagna dove nessuno sa come ti chiami. Per qualche ora nessuno aspetta niente da te. Nessuna pressione, nessuna regola che valga per te in particolare, nessuna scelta da fare per tenere in piedi il personaggio. È la forma più antica di libertà, e la più a buon mercato: quella di chi, per un momento, non deve essere nessuno.

Perché essere qualcuno, oggi, è un’occupazione a tempo pieno. Il nome va aggiornato, difeso, curato come una vetrina. Ognuno di noi porta a spasso un archivio di se stesso, e l’archivio pesa. E qui la riga tra i famosi e tutti gli altri si cancella, perché per sentire il peso del nome serve un pubblico, e ormai un pubblico ce l’hanno tutti: il paese, i colleghi, la chat dei genitori, i follower. Da quando il palco ce l’abbiamo in tasca, siamo tutti personaggi pubblici in miniatura, con la stessa fatica dei grandi e senza i loro compensi. Il sé che mostriamo è un lavoratore che ha smesso di avere orari: prima aveva la sera, la domenica, il viaggio. Adesso è sempre in turno. Il desiderio di sparire smette di sembrare una stranezza e comincia a sembrare quello che è: una richiesta di riposo. La psiche che chiede una pausa dall’unico mestiere da cui è impossibile dare le dimissioni.

Il mondo, nel frattempo, spinge nella direzione esattamente opposta, con tutta la forza che ha. Emergere. Comparire. Diventare virali. Essere visti, letti, ascoltati, conosciuti. L’epoca intera è costruita come una gigantesca macchina per esistere di più, e restare sconosciuti viene trattato come la sconfitta di partenza, quella da cui tutte le altre discendono. Ci ho girato intorno a lungo, chiedendomi cosa alimenti davvero questa macchina. Poi ho smesso di girarci intorno.

È paura della morte. Tanatofobia allo stato puro, travestita da ambizione.

Perché ogni traccia che difendiamo, ogni contenuto che pubblichiamo, ogni tentativo di lasciare il segno è una piccola polizza contro la scomparsa: se mi vedono esisto, se mi ricordano esisterò ancora. La memoria degli altri usata come protesi di immortalità. Combattere l’oblio è il modo laico che abbiamo trovato per combattere la morte, e ha esattamente lo stesso tasso di successo. Visto da qui, il desiderio sereno di dissolversi ogni tanto cambia natura. Smette di essere una debolezza e diventa l’unica forma di realismo disponibile: fare pace con l’impermanenza, in anticipo e a piccole dosi, invece di negarla a tempo pieno. Ogni cosa che ci riguarda è di passaggio, il nome compreso. Lo si può vivere come una minaccia da cui difendersi con la visibilità, o come una notizia che toglie un peso enorme.

Chi il nome ce l’ha grosso lo scopre prima, e per questo i casi che si ricordano sono i loro. Tiziano Terzani, negli ultimi anni della sua vita, si ritirò in una casupola a Binsar, davanti alla catena dell’Himalaya, e smise di chiamarsi Terzani. Scelse un altro nome, Anam, che significa il Senza Nome. Dopo una vita passata a firmare, a essere una firma, l’ultimo desiderio era liberarsi del peso che quel nome si portava dietro: il giornalista, il personaggio, l’uomo che tutti credevano di conoscere. Voleva vedere cosa restava di lui, tolto lui. E lo fece mentre la malattia gli presentava il conto: avrebbe potuto passare gli ultimi anni a consolidare la sua memoria, a blindare il suo archivio, e fece l’opposto, si esercitò alla dissoluzione da vivo, come chi prova un vestito prima del viaggio. Il nome scelto per sparire, però, era comunque un nome. Come se nemmeno lui potesse rinunciare del tutto a essere chiamato, e avesse trovato l’unico compromesso possibile: un nome che dichiara la propria assenza. Mina ha fatto la stessa cosa in un altro modo: ha smesso di mostrarsi quasi cinquant’anni fa, all’apice, e da allora ha continuato a incidere dischi. Ha lasciato andare l’immagine tenendo la voce.

Ma il loro è solo il caso più visibile di una cosa che vale per chiunque abbia un nome, cioè per tutti. Lo dico da dentro: scrivo queste righe sotto il mio, il giorno in cui esce un libro con il mio nome in copertina, e conosco il desiderio di riposarmi esattamente dalla cosa su cui ho costruito un mestiere. Ho smesso di considerarla un’incoerenza. Si può amare la propria voce e avere bisogno, a intervalli regolari, del proprio silenzio. Anzi, comincio a credere che la prima duri solo se c’è il secondo. Perché il punto è tutto qui: il desiderio di sparire quasi mai è il desiderio di smettere di esistere. È il desiderio di smettere di rappresentarsi. Sono due cose diverse, e le confondiamo di continuo. Certe parti di noi esistono soltanto quando nessuno guarda.

Il placido desiderio di essere nessuno, allora, andrebbe letto per ciò che è: un sintomo di serenità. Chi riesce a desiderarlo ha già smesso di credere che esistere dipenda dall’essere visto. Chiunque abbia passato qualche giorno da perfetto sconosciuto conosce quella leggerezza: la giornata torna a essere una cosa che vivi invece di una cosa che documenti. Una persona, invece di un profilo con un corpo.

C’è un gioco che faccio ogni tanto, e che consiglio a chiunque si prenda troppo sul serio. Mi diverto a calcolare quanto tempo ci vuole, dopo la morte, per essere dimenticati. Due settimane di messaggi. Un mese di quel silenzio strano quando qualcuno fa il tuo nome. A un anno ti ricordano solo i tuoi cari, e già a modo loro, come si ricorda una stanza in cui si è vissuto. A due generazioni, il nulla. Lo so che detto così suona macabro. A me fa l’effetto opposto: mi rilassa. Tutta questa fatica di essere ricordati, di lasciare il segno, di difendere il nome, per un pubblico che tra cento anni sarà composto esattamente da nessuno. L’oblio vincerà comunque, e con un vantaggio così largo che affannarsi a contrastarlo è la cosa più buffa che facciamo. Tanto vale, ogni tanto, andargli incontro spontaneamente.

La ragazza del post, adesso, ce l’ha di nuovo. Tra qualche giorno i due annunci si dissolveranno, e con loro il suo momento più fragile. Il suo nome tornerà a essere una cosa sua, da dare a chi vuole lei, un incontro alla volta. A noialtri quel privilegio nessuno lo restituisce. Possiamo solo prendercelo a rate: un viaggio senza telefono, un bosco senza traccia, un posto dove il nostro nome non è mai arrivato.

Quarantotto ore, ogni tanto. Per ricordarsi cosa resta di noi, tolti noi.

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