C’è un dettaglio che ritorna, quasi fosse un’eco nascosta, quando si studiano le vite delle persone che hanno cambiato il mondo: nessuno di loro era fatto soltanto del lavoro per cui li ricordiamo.

Einstein suonava il violino per sciogliere le equazioni che non volevano sciogliersi. Virginia Woolf raccoglieva pietre sulle spiagge del Sussex e le conservava come promemoria di qualcosa che non sapeva ancora dire. Churchill dipingeva tramonti. Nabokov allevava farfalle. Marie Curie andava a funghi con la stessa curiosità con cui scrutava i minerali radioattivi. Chaplin collezionava oggetti inutili, convinto che la comicità vivesse nelle crepe, non nei palchi.

Erano hobby.

O, come li chiamavamo una volta, passatempi: piccoli rifugi quotidiani che non servivano a nulla se non a farci attraversare il tempo senza esserne travolti. Luoghi dove non dovevamo dimostrare niente a nessuno. Spazi dove l’anima poteva ritrovare il proprio ritmo.

Poi qualcosa è cambiato. In modo silenzioso, quasi impercettibile, il gioco è diventato produzione, la passione è diventata prestazione, il tempo libero è diventato tempo monetizzabile. Abbiamo smesso di fare le cose per amore e abbiamo iniziato a farle “per”: per crescere, per mostrarle, per guadagnarci qualcosa, per sentirci migliori, misurabili, approvati.

Ma se tutto diventa mezzo, cosa resta come fine?

La domanda è semplice e scomoda: che cosa succede a una civiltà quando scompaiono gli hobby—quando niente può più essere davvero inutile? Forse non perdiamo un’abitudine, ma uno spazio interno che ci teneva in equilibrio. Un vento leggero che soffiava anche quando non gli davamo ascolto.

Qualche settimana fa ero nel bosco dietro casa, quel pezzo di collina che conosco a memoria e che, puntualmente, riesce ancora a sorprendermi. Era una domenica pomeriggio di quelle sospese, senza grandi programmi. Avevamo solo deciso di “andare a fare un giro”, che è il modo adulto per dire: non sappiamo bene cosa ci serve, ma forse ci servirà camminare.

Mio figlio più piccolo aveva trovato un bastone. Un bastone è sempre un bastone, in fondo. Per lui era una spada, una canna da pesca, un ramo magico capace di aprire portali tra una pozzanghera e l’altra. Camminava avanti, colpiva le foglie secche, disegnava linee invisibili nell’aria. Non stava imparando nulla. Non stava producendo niente. Stava solo giocando.

Io, invece, ho fatto la cosa più naturale del mondo per un adulto del 2025: ho messo la mano in tasca, ho tirato fuori il telefono e ho pensato che forse quella scena sarebbe stata perfetta per una storia. La luce era giusta, il bosco incredibilmente quieto, suo profilo di lato, quel bastone come un’estensione della sua immaginazione. Ho alzato il telefono. Poi mi sono fermato.

Mi sono accorto che non riuscivo semplicemente a guardarlo, senza trasformare quel momento in qualcos’altro. Non riuscivo a lasciare che fosse solo nostro. Dovevo farlo diventare contenuto, ricordo, testimonianza, prova che la domenica pomeriggio eravamo bravi genitori e facevamo le cose giuste. Ho sentito salire una stanchezza sottile, una specie di vergogna.

Mi sono chiesto quando ho smesso di avere un bosco solo per me. Non questo, fisico, ma uno spazio mentale in cui fare qualcosa che non serve. Da bambino passavo pomeriggi interi a costruire piste per le biglie, a smontare oggetti per vedere cosa c’era dentro, a disegnare mappe di mondi inesistenti. Nessuno mi chiedeva di farne qualcosa. Nessuno mi suggeriva che ci fosse un potenziale da sviluppare. Erano solo passatempi. E andava bene così.

Ora, invece, mi ritrovo a misurare istintivamente il valore di ogni gesto: si può condividere? Può diventare una storia? Può servire a qualcuno, in qualche modo? È un riflesso talmente automatico che non me ne accorgo quasi più. In quel bosco, con il telefono in mano, ho visto con una chiarezza un po’ dolorosa che il primo a non avere più hobby, forse, sono io.

Ho rimesso il telefono in tasca. Non è stato un gesto eroico, solo un piccolo atto di resistenza. L’ho guardato continuare a giocare, completamente immerso in un’attività che non sapeva nemmeno di dover difendere. Per lui era naturale che quel bastone non dovesse diventare niente di più di quello che era. Per me, invece, è stata quasi una rivelazione: esiste ancora un modo di fare le cose senza trasformarle in progetti.

Mentre lo seguivo sul sentiero, ho pensato che forse la scomparsa degli hobby comincia proprio lì, in questi micro-momenti in cui non riusciamo più a lasciare in pace ciò che amiamo. Dobbiamo sempre fissarlo, raccontarlo, condividerlo, ottimizzarlo. Non sappiamo più giocare senza testimoni.

Quel giorno, nel bosco, non è successo niente di speciale. Nessuna grande epifania, nessuna promessa. Solo un bambino, un bastone e un padre che prova, goffamente, a ricordarsi come si fa a fare qualcosa per niente.

Forse è da qui che si ricomincia.

Una volta si chiamavano passatempi

Una volta li chiamavamo così: passatempi. Il nome diceva già tutto. Erano attività nate per far scorrere le ore, per dare al pensiero un posto dove appoggiarsi senza compiti da svolgere. Non servivano a crescere, a migliorare, a costruire un’identità: servivano a respirare. Potevano essere goffe, imperfette, totalmente prive di scopo. E proprio in questo stava la loro forza.

C’era chi faceva modellismo, chi coltivava un orto minuscolo, chi collezionava francobolli, chi costruiva piccole barche di legno che non avrebbero mai toccato l’acqua. Tutti sapevano che non c’era un “livello successivo” da raggiungere, nessun pubblico da impressionare, nessun risultato da ottenere. Un hobby non era una competenza, non era un progetto, non era un investimento.

Era un modo per abitare il tempo senza doverlo giustificare.

Quel tipo di gratuità oggi sembra quasi una reliquia. È come se appartenesse a un’epoca più semplice, in cui la vita non chiedeva continuamente prove di efficienza o miglioramento. In realtà non era un’epoca più semplice: eravamo noi a essere meno stretti. Meno osservati. Meno esposti.

Ripensarci fa uno strano effetto. Perché più l’esistenza si è riempita di strumenti per semplificarla, più noi abbiamo perso la capacità di fermarci. E i passatempi, in questo, erano un antidoto naturale. Non avevano altro scopo se non quello di restituirci a noi stessi. Ci liberavano dalla pressione sociale del “diventare qualcuno”, ricordandoci che esiste un valore anche nel semplice essere.

Oggi, invece, sembra quasi sospetto fare qualcosa che non porta da nessuna parte. Come se il tempo libero dovesse comunque produrre una crescita, un miglioramento, un ritorno. Abbiamo interiorizzato così profondamente la logica del rendimento che perfino ciò che un tempo era sacro — l’inutile — è diventato marginale, superfluo, quasi colpevole.

E forse per questo abbiamo iniziato a perdere qualcosa di molto più grande di un passatempo: abbiamo perso un equilibrio. Perché per funzionare bene, una vita non può essere fatta solo delle cose importanti. Ha bisogno anche di quelle trascurabili, leggere, intime. Quelle che non cambiano nulla, ma che in realtà cambiano noi.

Quando tutto è lavoro, anche quando non lavoriamo

La trasformazione è avvenuta in silenzio, senza dichiarazioni ufficiali. A un certo punto, quasi senza accorgercene, abbiamo iniziato a trattare ogni interesse come un secondo lavoro. Non lo abbiamo deciso noi: è successo per accumulo, come una lenta infiltrazione culturale. Il tempo libero ha smesso di essere un luogo di decompressione ed è diventato un’estensione del tempo produttivo. È il nuovo spazio in cui mostrare chi siamo, cosa sappiamo fare, quanto valiamo.

I social hanno accelerato questa mutazione. Hanno introdotto una lente che trasforma tutto in prestazione: ciò che cuciniamo, ciò che leggiamo, ciò che costruiamo, perfino ciò che ci riposa. Qualsiasi hobby può diventare un contenuto; qualsiasi contenuto può, almeno potenzialmente, diventare un lavoro.
E così abbiamo iniziato a chiederci se valga la pena “farlo davvero” se poi non lo condividiamo con nessuno. Non è assurdo?

È un meccanismo sottile, quasi impercettibile: smetti di dipingere perché non sei abbastanza bravo, smetti di suonare perché non hai tempo per migliorare, smetti di scrivere perché non sai dove porterebbe. Non fai più le cose per il piacere di farle: le fai per capire se meritano il tuo tempo. E il tuo tempo, da questo punto di vista, è diventato molto esigente.

Il paradosso è evidente: viviamo nell’epoca con più strumenti creativi di sempre, eppure molte persone faticano a fare qualcosa solo per se stesse. La creatività, anziché un rifugio, diventa una nuova forma di ansia: non tanto per ciò che crei, ma per ciò che devi dimostrare creando.
Si sviluppa una pressione invisibile a mostrare che stai facendo qualcosa, a giustificare il tuo tempo libero, a rendere conto del tuo piacere.

Il risultato è che lavoriamo anche quando crediamo di non lavorare.
Non perché siamo veramente impegnati, ma perché è come se un osservatore esterno venisse con noi ovunque: nel weekend, in vacanza, in palestra, nel bosco. Fa domande che sembrano innocenti:

“È utile?” “Ha senso?” “Dove ti porta?” “Cosa ci guadagni?”.

Ma sono quelle domande a impedirci di vivere una parte essenziale dell’esistenza: quella che non porta da nessuna parte, se non verso una versione più umana di noi stessi.

E così, lo spazio mentale che un tempo era dedicato al gioco si riempie di criteri. Lo spazio emotivo che apparteneva alla curiosità si riempie di aspettative. Lo spazio dell’immaginazione si riempie di metriche. È un mondo dove tutto può diventare lavoro, e dove, proprio per questo, facciamo sempre più fatica a ricordarci com’era vivere senza dover produrre necessariamente qualcosa.

Non è questione di nostalgia. È una questione di equilibrio. Perché una vita in cui ogni gesto deve avere un senso finisce per perderlo del tutto.

La neuroscienza dell’inutile

C’è un aspetto del cervello umano che mi ha sempre affascinato: funziona meglio quando non gli chiediamo niente. È un organo straordinario, capace di processare milioni di informazioni, prendere decisioni, immaginare mondi che non esistono. Eppure, per dare il meglio, ha bisogno di pause. Pause vere. Non quelle che chiamiamo “rilassamento” mentre scorriamo il telefono, ma pause in cui può tornare a una sorta di moto naturale.

La neuroscienza ha un nome preciso per questo stato: default mode network, la rete di default, di base. È la modalità del cervello quando non è impegnato in un compito, quando lasciamo vagare la mente, quando facciamo qualcosa che non richiede precisione né performance. È lì che riorganizziamo i ricordi, che integriamo le emozioni, che trasformiamo la confusione in intuizione. È un laboratorio silenzioso che lavora mentre noi ci dimentichiamo di lavorare.

Il punto è che questa rete funziona solo in condizioni particolari: bassi livelli di pressione, assenza di valutazione, nessun pubblico. In altre parole: ha bisogno di inutilità. Di un gesto che non deve diventare niente. Di un’attività che non chiede di essere mostrata. Di uno spazio in cui possiamo fallire o riuscire senza che nulla cambi.

Quando trasformiamo un hobby in un progetto — quando lo misuriamo, lo esponiamo, lo confrontiamo — la rete di default si spegne. Subentra la rete esecutiva, quella della concentrazione, della pianificazione, del “fare bene”. È indispensabile, certo. È quella che ci permette di lavorare, di risolvere problemi, di portare a termine una giornata. Ma se rimaniamo lì troppo a lungo, il sistema si satura. E qualcosa inevitabilmente scatena un segnale: stanchezza, distrazione, irritabilità, la famosa “nebbia mentale” che conosciamo fin troppo bene.

Gli hobby, intesi come li intendevamo una volta, erano una naturale forma di manutenzione. Permettevano alla default mode di attivarsi senza sforzo, restituendo al cervello un paesaggio più ampio in cui muoversi. Il gesto ripetitivo del modellismo, la fluidità di suonare poche note, la lentezza di un puzzle, il tempo sospeso della fotografia analogica… erano tutti modi per liberare l’attività mentale dal peso dell’obiettivo.

È qui che troviamo una verità semplice, quasi banale, eppure spesso ignorata: la mente non si rigenera attraverso la prestazione, ma attraverso la divagazione. Non nella produttività, ma nel margine. Non nel fare bene, ma nel fare senza scopo. Per questo gli hobby erano importanti: perché restituivano al cervello un territorio in cui non serviva correre. Uno spazio in cui la vita tornava a scorrere con un ritmo più umano, più lento, più capace di ascoltare.

E forse la perdita degli hobby non è solo un fatto culturale, ma biologico. È un impoverimento del nostro modo di pensare, sentire, ricordare. È come togliere al cervello una delle sue fonti di ossigeno. Per questo, quando torniamo a un gesto inutile, succede qualcosa di strano: ci sentiamo più presenti, più leggeri, più in ascolto. Non perché quell’attività abbia valore esterno, ma perché restituisce valore interno. Un valore che non si misura, ma che si sente.

La scomparsa degli hobby come sintomo di una civiltà stanca

La scomparsa degli hobby non è quindi solo una questione di gusti o abitudini. È un indicatore, un segnale debole di qualcosa che si muove sotto la superficie delle nostre vite. Ogni epoca lascia tracce nel modo in cui le persone occupano il tempo: noi stiamo lasciando una traccia di sottrazione. È come se avessimo smesso di concederci spazi che non producono nulla. E questo, inevitabilmente, ci impoverisce.

In fondo, gli hobby erano una forma spontanea di resistenza. Erano un’auto-regolazione naturale contro l’eccesso di significato, contro la tirannia dell’obiettivo, contro quel senso strisciante di dover sempre diventare qualcosa di più. Erano una zona franca in cui poter essere senza doverci migliorare. Un luogo in cui l’identità poteva riposare, come un animale che finalmente entra nella tana.

Oggi questo spazio si è ristretto. La società chiede visibilità, competenze, crescita continua. Anche quando nessuno la chiede davvero, è come se avessimo interiorizzato una voce che ci sussurra che il tempo improduttivo sia una mancanza, uno spreco, una colpa. Così ci ritroviamo a vivere in una specie di accelerazione permanente che non riguarda solo il lavoro: riguarda tutto. Perfino il riposo deve dimostrare di essere utile, perfino la vacanza deve avere uno scopo, perfino il divertimento deve diventare postabile.

E gli effetti, spesso, non si vedono subito. Arrivano in forme piccole, ambigue: irritabilità, difficoltà a concentrarsi, un senso di vuoto che si confonde con la stanchezza. Arrivano come segnali che ignoriamo finché non diventano cronici. Ma ciò che manca, in realtà, è semplice: un luogo in cui nulla è richiesto a noi.

Nei miei viaggi l’ho visto più volte, pur senza cercarlo: una donna che intrecciava cesti in un villaggio del Kenya mentre il mercato si svegliava piano; un vecchio pescatore in Norvegia che riparava reti troppo logore per essere davvero utili; un ragazzo in una comunità andina che costruiva piccole sculture di pietra lasciandole poi sul bordo del sentiero, senza motivo, come se fossero messaggi per chi sarebbe passato dopo. Tutti avevano in comune una cosa: facevano qualcosa che non doveva diventare niente.

Guardandoli mi sono chiesto, ogni volta, cosa ci dice una civiltà quando perde i suoi gesti gratuiti. E la risposta, per quanto dolorosa, sembra chiara: una civiltà senza inutili è una civiltà che non riesce più a respirare. Ha spinto ogni spazio verso la produzione, ogni talento verso la crescita, ogni tempo verso un obiettivo. Ha dimenticato che esiste un equilibrio fragile tra il fare e l’essere, e che quando questo equilibrio si rompe non sono gli impegni a crollare, ma le persone.

La scomparsa degli hobby non è una stranezza dei tempi moderni: è un sintomo. Un modo in cui il mondo ci sta dicendo che stiamo vivendo troppo stretti, troppo osservati, troppo compressi dentro ruoli che non lasciano margini. E forse l’unica vera domanda da porsi è questa: che spazio rimane all’umano quando tutto, perfino il piacere, deve giustificarsi?

Perché se niente può più essere inutile, allora niente può più essere davvero nostro.

Tornare all’inutile

Forse, alla fine, tutto si riduce a questo: non possiamo vivere sempre rivolti verso l’esterno. Non possiamo affidarci continuamente allo sguardo degli altri per capire chi siamo. Non possiamo pretendere che ogni gesto abbia un ritorno, una forma, un valore riconosciuto. Abbiamo bisogno di luoghi intimi, di azioni che non devono dimostrare nulla. Di spazi che non chiedono di essere migliorati, condivisi, spiegati.

Gli hobby un tempo erano quel luogo. Una camera d’aria invisibile che teneva insieme la struttura della nostra vita. Non servivano a rilassarci, almeno non nel senso banale del termine: servivano a ricomporci. A ritrovare una continuità interna. A ricordarci che esiste una parte di noi che non corre, non compete, non performa. Una parte che, quando ignorata troppo a lungo, si appanna. E quando si appanna lei, si appanna tutto.

Penso spesso che l’inutile non sia affatto inutile. È un territorio di confine dove l’identità smette di irrigidirsi e torna a essere qualcosa di fluido, mobile, capace di stupirsi. È lo spazio dove possiamo permetterci di fallire senza conseguenze, di riuscire senza merito, di fare senza scopo. Un gesto gratuito che non chiede nulla in cambio: né applausi, né approvazione, né crescita. Solo presenza.

Forse potremmo ricominciare da lì. Da una cosa piccola che non porterà da nessuna parte e che, proprio per questo, può portarci un po’ più vicino a noi stessi.

Leggere cinque pagine senza sottolineare.

Disegnare senza provare a migliorare.

Camminare senza monitorare i passi.

Riparare un oggetto inutile.

Suonare tre note storte.

Regalare tempo a qualcosa che non saprebbe che farsene del nostro talento.

Non è un invito alla leggerezza — o non solo. È un invito alla cura. A restituire un margine alla nostra mente, una zona in cui il mondo non ci chiede niente e noi non chiediamo niente al mondo. Una pausa che non è assenza, ma ritorno.

E forse, in quella piccola fessura di inutilità, potremmo accorgerci che qualcosa si muove ancora. Una forma di quiete che avevamo dimenticato. Un desiderio che non si era estinto, ma solo zittito. Una parte di noi che attendeva pazienza, come un animale che torna a fidarsi quando capisce che non deve esibirsi.

Un hobby non ci cambierà la vita. Ma potrebbe restituire al tempo la sua profondità. E a noi, la possibilità di sentirci — finalmente — più interi.

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Questo testo è uscito per la prima volta su Mantica.