Chiudere un gancio dentro un anello. Lo facciamo da sempre, senza pensarci. Il moschettone nella maglia della catena, l’amo nell’occhiello, il chiavistello nell’anello del cancello. Due forme nate incomplete, che esistono per trovarsi. Da sole sono ferraglia, insieme tengono.
Vale anche oltre il ferro. In natura interi esseri vivono così, fatti di due organismi diversi che separati morirebbero e uniti colonizzano perfino la roccia nuda. Il lichene aggrappato al masso è già questo, un patto silenzioso tra chi offre struttura e chi offre nutrimento. Due mancanze che insieme diventano una forma capace di resistere al vento e al gelo.
Nella vita facciamo lo stesso. Qualcosa, in noi, mal sopporta di restare aperto, e cerca di continuo un altro pezzo in cui chiudersi. Una persona, un ruolo, un legame, una causa. Qualcosa che completi la forma che da soli fatichiamo a tenere.
A volte quell’incastro è una fortuna, e ci tiene su per anni. A volte è una maledizione, e ci trascina giù nello stesso identico modo. La cosa che mi ha sempre messo i brividi è che il meccanismo è lo stesso. Il gesto è identico. Cambia solo dove ci porta. E quasi mai lo capiamo nel momento in cui l’incastro avviene. Lo capiamo molto dopo, quando ormai siamo agganciati.
Comincio dal lato luminoso, perché esiste, ed è più bello di quanto ce lo immaginiamo.
A Seattle, dentro una casa di riposo che ospita oltre quattrocento anziani, c’è un asilo. Dentro, proprio dentro. Più di cento bambini, dai pochi mesi ai cinque anni, passano le giornate nello stesso edificio in cui vivono persone che hanno ottanta, novanta, cento anni. Cinque giorni a settimana fanno cose insieme. Musica, disegni, pranzo, racconti, o semplicemente stare nella stessa stanza.
Chi ha filmato quel posto ha raccontato una cosa che mi ha davvero colpito: prima che arrivassero i bambini, gli anziani sembravano mezzi spenti. Seduti, assenti, qualcuno addormentato. Poi entravano i bambini, e gli anziani si riaccendevano. Tornavano vivi. Come se qualcuno avesse riattaccato la corrente.
In quell’edificio, lungo un corridoio, ad un certo punto hanno anche montato un corrimano più basso del solito. Non è per i bambini, è per gli anziani in carrozzina. Perché possano aggrapparsi, sollevarsi sulle braccia e restare in piedi il tempo di guardare i piccoli oltre il vetro. Un intero posto ripensato attorno a un desiderio minimo e immenso, vedere da vicino la vita che comincia.
L’incastro qui è perfetto, e si capisce perché. Da una parte ci sono persone che la società ha smesso di guardare, che hanno smesso di sentirsi utili, che aspettano in una stanza il passare delle ore. Dall’altra ci sono creature che hanno un bisogno assoluto di essere guardate, tenute, ascoltate. Uno ha tutto il tempo e nessuno a cui darlo. L’altro ha bisogno di tutto il tempo del mondo. Si incastrano. E nell’incastro, tutti e due tornano interi.
Il dettaglio che trovo più bello, però, è un altro. Bambini e anziani sono gli unici due esseri umani che vivono davvero nel presente. I bambini perché non hanno ancora un passato che pesi, gli anziani perché il futuro non è più la loro misura. Tutti noi, nel mezzo, viviamo proiettati avanti o indietro. Loro no. Loro sono qui. E si trovano nell’unico tempo che condividono: adesso. Il gancio e l’anello che si chiudono nel punto esatto in cui entrambi, per ragioni opposte, hanno smesso di rincorrere.
Ma se l’incastro fosse sempre questo, sarebbe solo una bella favola. E la vita non è una bella favola.
Perché lo stesso identico meccanismo, il bisogno di completarci in qualcun altro, è anche quello che ci rovina. Quante volte abbiamo visto due persone agganciarsi nel modo sbagliato, e nessuno dei due riusciva a staccarsi? Chi ha bisogno di salvare trova chi ha bisogno di essere salvato, e si tengono in piedi a vicenda dentro una dipendenza che chiamano amore. Chi ha bisogno di controllare trova chi ha bisogno di essere comandato. Chi ha paura di esistere trova qualcuno di cui diventare l’ombra. Sono incastri perfetti anche questi. Funzionano benissimo. Solo che invece di tenere su, trascinano giù.
La sostanza è semplice e antica. Due vuoti che si trovano possono guarirsi o possono divorarsi, e dall’esterno, nei primi tempi, sembrano identici. Anzi, l’incastro che divora spesso all’inizio sembra più intenso, più necessario, più destinato di quello che salva. Perché la mancanza riconosce la mancanza con una rapidità che la pienezza non ha. Sotto, si nasconde una ragione antica, più vecchia delle parole. Il nostro sistema nervoso, quando da solo fatica a trovare pace, la cerca nel corpo di un altro. Accade da neonati, quando il battito di chi ci tiene in braccio insegna al nostro a rallentare, e continua per tutta la vita, anche se smettiamo di vederlo. È il motivo per cui accanto a certe persone il respiro si allunga da solo, senza che succeda niente, mentre accanto ad altre restiamo in allerta anche nel silenzio. Il corpo si accorda su chi ha vicino, come uno strumento. Ci regoliamo a vicenda, ci prestiamo la calma che da soli ci sfugge, ed è una delle cose più belle che due esseri umani possano farsi. Ma prendere in prestito la calma e venire semplicemente sedati, visti da dentro, si somigliano moltissimo. Ci innamoriamo del pezzo che entra perfettamente nel nostro vuoto, e non ci chiediamo se quel pezzo ci sta riempiendo o ci sta solo tappando.
Pensate alle vostre storie, per un momento. Alle relazioni che hanno aperto e chiuso le stagioni della vita, alle amicizie decisive, alle fasi che vi hanno attraversato più di quanto le abbiate attraversate voi. Com’è cominciata, ognuna? C’era un punto preciso in cui vi siete agganciati, e la memoria quasi sempre lo trova subito: il momento in cui qualcosa di vostro, rimasto aperto, ha riconosciuto la forma dell’altro.
Nessuno si incastra a caso.
E poi ci sono tutte le persone sbagliate che crediamo di aver incontrato nella vita. Le chiamiamo così, sbagliate, come se il difetto fosse loro. Ma quanto di quegli incontri era davvero un caso, e quanto era il nostro bisogno che li ha cercati? A guardare indietro con onestà, quei legami tenevano insieme meno di quanto sembrasse, e nascondevano parecchio. La paura di restare soli. La paura di restare aperti. La paura di doverci reggere da soli. Le chiamiamo sbagliate per evitare la cosa più scomoda. Che spesso le abbiamo scelte noi, con precisione, perché incastravano esattamente nel punto in cui eravamo fragili. A guardarle così, quelle scelte smettono di sembrare sfortuna e diventano una mappa. Il punto esatto in cui qualcuno è riuscito a incastrarsi racconta, meglio di qualsiasi specchio, dove eravamo aperti e che forma aveva il nostro vuoto in quegli anni.
E così, in quelle storie che credevamo luce, abbiamo trovato sole bruciante. Ci siamo avvicinati al calore e ci siamo ustionati. Ma è proprio in quell’ustione, a volte, che abbiamo visto per la prima volta la nostra ombra. Quello che cercavamo, quello che temevamo, quello che eravamo disposti a perdere pur di non restare aperti. L’incastro sbagliato, se sopravvivi, ti insegna di te cose che nessun incastro felice ti avrebbe mai mostrato.
Lo vedo anche fuori dalle relazioni amorose. C’è chi si aggancia a un lavoro che lo distrugge perché gli dà l’identità che da solo gli manca. Chi si aggancia a una causa, a un gruppo, a un’appartenenza, e si annulla dentro l’incastro. Chi si aggancia a un genitore da accudire, e dietro la cura nasconde la paura di una vita propria. Il gancio e l’anello si trovano dappertutto, non solo tra due innamorati. E dappertutto vale la stessa legge doppia: lo stesso gesto che ti completa può consumarti.

Penso che passiamo gran parte della vita a cercare il nostro anello. È un bisogno onesto, è la nostra natura. Da soli non si dura, lo sapevamo da bambini quando cercavamo una mano, e lo sapremo da vecchi quando cercheremo qualcuno che ci riaccenda.
Gli incastri che salvano, alla fine, lasciano più liberi. Gli anziani e i bambini di Seattle si lasciano: i bambini crescono, gli anziani se ne vanno. L’incastro buono attraversa senza trattenere, e poi libera, lasciando entrambi più ricchi. Gli basta durare quanto serve, e poi ti lascia andare.
Gli altri, invece, stringono. E si riconoscono da questo, se hai imparato a sentirlo: dopo l’incastro giusto ti senti più ampio, dopo quello sbagliato ti senti più piccolo. La cura ti restituisce a te stesso. La dipendenza ti toglie a te stesso e ti lega al gancio.
Sganciarsi, quando ormai si è appesi, è la cosa più difficile che ci sia. Perché un anello che ci ha tenuti per anni smette di sembrare una scelta e diventa una parte di noi. Staccarlo sembra strapparsi via un pezzo. Eppure è proprio lì che si capisce se quell’incastro ci teneva su o ci teneva prigionieri. Nel dolore di lasciarlo, e soprattutto in chi diventiamo dopo averlo lasciato.
Il resto è il coraggio di sganciarsi quando ci accorgiamo di essere appesi. Anche quando l’incastro era perfetto.
Anzi, soprattutto allora.
Continua a leggere Mantica
Mantica è la newsletter settimanale di Andrea Bariselli: arriva ogni martedì e la leggono oltre 7.000 persone.
Iscriviti a ManticaQuesto testo è uscito per la prima volta su Mantica.

