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15 settembre 2026

A distanza

Qualche settimana fa un caro amico raccontava di quando era ragazzo e capitava di litigare in un locale, e a volte di fare a botte. Poi ci si tirava su, ci si guardava, e spesso si finiva a bere una birra insieme. La lite finiva lì. Si chiudeva. Lo diceva senza nostalgia per i pugni, con nostalgia per la birra dopo. Il perché l’ho capito qualche giorno più tardi, ripensando a una cosa letta anni fa sulle armi.

Nel 1139 il secondo concilio Lateranense, al canone ventinove, proibisce l’uso dell’arco e della balestra contro i cristiani. La ferocia c’entra poco: la spada ammazzava benissimo. La balestra viene chiamata arte mortifera e odiosa a Dio perché uccide senza guardare in faccia. Con la spada, il nemico ti vedeva. Ti parlava, a volte. Poteva chiedere grazia, e tu potevi concederla. A distanza diventa un bersaglio, e un bersaglio sta zitto. Quattro secoli dopo Ariosto maledice l’archibugio nel Furioso, “O maledetto, o abominoso ordigno”, fabbricato all’inferno, e aggiunge che per colpa sua il mestiere delle armi ha perso l’onore, e il vile sembra migliore del valoroso. Il cavaliere Bayard, quello senza macchia e senza paura, secondo la tradizione faceva impiccare gli archibugieri catturati, perché uccidere da lontano gli pareva un’infamia. Nel 1524 lo ammazzò un archibugio. Storia che si chiude da sola.

Loro avevano capito una cosa che la scienza avrebbe misurato quattrocento anni dopo: il freno che ci impedisce di fare del male sta nella faccia dell’altro. Konrad Lorenz osservò che i lupi hanno un’inibizione al colpo finale, e scatta quando il perdente porge la gola. È un meccanismo da contatto. Funziona solo se vedi il gesto. Chi preme un pulsante ne è schermato, e ammazza quello che con le mani lascerebbe vivere. Dave Grossman, che ha passato la vita a studiare come si porta un uomo a uccidere, ha disegnato la scala: la resistenza è massima quando si usano le mani o il coltello, e scende a ogni metro, fino a quasi zero per chi sgancia bombe da un aereo. E i traumi seguono la stessa scala: chi ha ucciso da vicino ci convive per sempre, chi ha ucciso da lontano dorme. Milgram lo dimostrò in laboratorio durante uno dei più famosi esperimenti della storia della psicologia: quando la vittima delle scosse era in un’altra stanza, obbediva il sessantacinque per cento; quando bisognava tenerle la mano sulla piastra, il trenta. Trentacinque punti di umanità che stanno tutti nella distanza di un braccio.

In cima alla scala c’è la bomba atomica, l’arma che uccide senza vedere nessuno, e la sua storia giuridica è la prova finale. Michele Serra, in un monologo, faceva notare che per annientare l’umanità bastano cinquanta atomiche e ne abbiamo quindicimila, uno spreco che nemmeno la logica di guerra sa spiegare. Le armi chimiche, quelle biologiche, le mine, le bombe a grappolo sono vietate dal diritto internazionale. La bomba atomica no. Nel 2016 all’Onu si votò per avviarne la messa al bando: trentotto paesi contrari, i nove che la possiedono e i loro alleati, Italia compresa, che ne custodisce una settantina nelle basi. Il canone ventinove aveva proibito la prima arma cieca. Ottocento anni dopo, l’arma più cieca di tutte è l’unica che chi la tiene in mano si rifiuta di proibire. Più il volto è lontano, meno la coscienza chiede.

Ho sempre pensato che questi esperimenti dicano una cosa più semplice di come vengono raccontati. La nostra bontà è un fatto di centimetri. Ci crediamo persone morali, e siamo persone con una buona vista.

Poi abbiamo inventato la balestra definitiva, e l’abbiamo messa in tasca a tutti.

Nel 2004 uno psicologo, John Suler, ha dato un nome a quello che chiunque aveva già visto nei forum: l’effetto di disinibizione online. La caratterizzano sei fattori, e i primi due bastano e avanzano: l’anonimato e l’invisibilità. Il secondo vale anche a nome e cognome, perché quello che manca è la faccia, e senza faccia l’empatia scende, esattamente come nella stanza di Milgram. Un commento è un quadrello di balestra: parte, arriva, e chi lo ha scoccato ha già voltato pagina. Il quarantasette per cento dei ragazzi italiani tra i quindici e i diciannove anni ha subito cyberbullismo, dice Save the Children a febbraio; era il trentaquattro nel 2020. E dietro il numero c’è una scena che chiunque ha visto almeno una volta. Uno scrive a mezzanotte che sei un cretino, in maiuscolo, con tre punti esclamativi. Poi ti incontra, a una presentazione, in un bar, e ti chiede una foto. Stessa persona, stesso pollice. È cambiata la distanza, e la distanza era tutto.

Ci penso spesso da clinico, perché il bullismo che vedo raccontare oggi ha una forma nuova. Un tempo il bullo doveva guardare in faccia la sua vittima, e la faccia, prima o poi, presentava il conto: un pianto, una vergogna, un adulto che passava. Oggi no. Il ragazzo che scrive la cosa peggiore scrive al buio, e la cosa peggiore arriva in una cameretta, di notte, senza nessuno che passi. La radice del bullismo digitale è questa: la stessa del canone ventinove. Un’arte mortifera perché non guarda.

Ma la distanza l’hanno inventata altri, mica i ragazzi. Loro l’hanno ereditata da noi, e noi la usiamo con eleganza. Nel 2021 l’amministratore delegato di una società americana ha licenziato novecento persone con una videochiamata di tre minuti, la telecamera accesa solo dalla sua parte. Nel 2023 dodicimila dipendenti di una delle aziende più ricche del mondo hanno saputo di essere fuori da un’email arrivata all’alba, prima ancora di entrare in ufficio; alcuni lo hanno scoperto perché il badge aveva smesso di aprire la porta. Immaginate la scena dall’altra parte: il caffè in mano, il parcheggio di sempre, e una porta che risponde con un suono diverso. Anni di lavoro comunicati da una serratura. Chi ha firmato quelle decisioni ha potuto farlo senza guardare una faccia, e questo è l’unico motivo per cui sono state prese così. Ed è così che funziona anche la versione lenta, quella che conosce chiunque abbia lavorato in un’azienda: la persona da far fuori che smette piano piano di ricevere gli inviti alle riunioni, che trova la scrivania spostata, il progetto tolto, il saluto più corto. Nessuno la licenzia. La si allontana finché resta un nome in un foglio di calcolo, e i nomi nei fogli di calcolo si cancellano senza inibizione, perché la gola che porgono resta fuori dallo schermo. Spersonalizzare è il primo atto di ogni violenza, e l’ultimo a essere chiamato con il suo nome. Prima si toglie il volto, poi si fa quello che il volto avrebbe impedito.

E qui torna il mio amico, con la sua birra.

Frans de Waal ha passato quarant’anni a guardare gli scimpanzé, e ha scoperto che dopo una zuffa i due contendenti si cercano, si abbracciano, si baciano sulla bocca. Lo ha chiamato riconciliazione, e ha mostrato che avviene solo con il contatto: senza vicinanza, il conflitto resta aperto. La rissa al bar aveva questo, di prezioso: un dopo. Ci si rialzava, ci si guardava, e la faccia dell’altro, gonfia, diceva che era finita. La distanza toglie il freno prima del colpo, e questo lo sapevano già nel 1139. Ma toglie anche la chiusura dopo, e questo è nostro. Online la lite non finisce mai. Niente bancone su cui appoggiarsi, niente birra, niente labbro spaccato che ti fa vergognare abbastanza da pagare tu. Solo il quadrello, e il silenzio.

Lévinas scriveva che il volto dell’altro è la prima legge, prima di ogni legge: ci guarda e dice non uccidere. Ogni arma della storia è stata un modo per togliere quel volto dal mirino, e l’ultima, quella che tutti abbiamo in tasca, ci è riuscita del tutto.

Il mio amico lo diceva senza saperlo: dei pugni gli importava zero, era la birra dopo che rimpiangeva. Perché la birra era la prova che l’altro aveva una faccia, e che l’avevi guardata. Ogni cosa che ci teniamo a distanza, un commento, un licenziamento, un collega sparito dalle riunioni, comincia esattamente dove quello sguardo finisce. Tornare a fare a botte non serve. Serve restare abbastanza vicini da doverla pagare, la birra.

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